prof.  Bruno Cadetto

 

Insegnante di lettere anche al corso serale negli anni '70
 

Il primo cittadino più longevo e uno dei padri dell’università

Bruno Cadetto entrò a palazzo nel 1951 tra le fila della Dc con Barbina, Burtulo, Centazzo e Tessitori. Governò la città per 14 anni, fino al 1975, prima di Candolini. Fu anche assessore alla Sanità

UDINE. Se ne è andato il sindaco udinese più longevo in ogni senso (96 anni di età, oltre 14 di mandato), il professore democristiano, il partigiano, il grande appassionato del gioco delle bocce. Con la morte di Bruno Cadetto si chiude simbolicamente una lunghissima pagina di storia cittadina, quella che ci collega al clima del secondo dopoguerra e poi alla ricostruzione e al mitizzato boom degli anni Sessanta.

Il professore nato a Canussio di Varmo il 25 ottobre 1919, diplomatosi alle magistrali Percoto e laureatosi poi in lettere alla Cattolica di Milano, aveva militato nella Resistenza con un incarico importante per la sua giovane età, quella di segretario del Comitato di liberazione per la provincia di Udine, ed era ormai l’ultimo superstite di quel gruppo che comprendeva Giovanni Cosattini, Agostino Candolini, Giacomo Filaferro e Aldo Cuttini, nomi importanti nel Friuli che muoveva i primi passi nell’Italia repubblicana e democratica.

All’impegno politico Cadetto giunse presto essendo eletto già nel 1951 in consiglio comunale tra gli esponenti della Dc guidati da leaders di livello quali Faustino Barbina, Luigi Burtulo, Giacomo Centazzo, Tiziano Tessitori, ma anche i rivali non scherzavano.

Il Pci schierava personaggi come l’avvocato Loris Fortuna e l'architetto Ermes Midena. Calibri da novanta in senso assoluto, tra i quali Cadetto si fece presto le ossa, inizialmente come assessore alla sanità, attraversando gli anni Cinquanta che per Udine segnarono cambiamenti, fatti decisivi e infinite polemiche in un clima sociale arroventato.

Il vero salto qualitativo avvenne nell’ottobre del 1960 quando, in piena campagna elettorale, il sindaco uscente Centazzo, indiscutibile capolista dc, morì colto da infarto in stazione durante un discorso e il partito decise di puntare sul docente del Malignani, che poi restò ai vertici di palazzo D’Aronco per tre mandati, poco più di 14 anni, fino al febbraio del 1975, quando si dimise a seguito di una crisi nella maggioranza di centro-sinistra e al suo posto venne eletto Angelo Candolini.

Cadetto prese con fair play il ribaltone («So che Angelo – disse anni dopo in un’intervista – scalpitava per diventare sindaco. E io gli ho passato la mano, per senso di amicizia, prima di aspettare le elezioni nel giugno successivo»).

Ma l’impegno del professore continuò ancora, in quanto rimase consigliere fino al 1985, totalizzando in tutto 34 anni di palazzo D’Aronco, e assunse fino al 1982 la presidenza della Filologica e pure quella del Consorzio universitario, così da garantire l’appoggio all'ateneo, che era stato uno dei temi forti nel suo programma, a fianco del professor Tarcisio Petracco, anche contro la posizione ufficiale della Dc regionale.

Fu infatti uno dei primi a schierarsi, in modo solitario, a favore della facoltà di Medicina già nel 1964 e poi dell’università autonoma, non dipendente da Trieste. Criticato dai più oltranzisti e frenato dal suo partito e dagli altri del centro-sinistra, preoccupati per gli equilibri regionali, arrivò al punto di minacciare le dimissioni contro i no imposti da Trieste.

Tarcisio Petracco nelle sue memorie ricordava che, al termine dell'ennesimo scontro, Cadetto gli disse: «I triestini sono sordi, cercheremo altre vie per la nostra università».

E poi, commentando una serie di offerte arrivate dalla città giuliana, attinse alla cultura classica con un lapidario: «Timeo Danaos et dona ferentis». Quando nel 1972 ci fu una prima svolta positiva a favore di Udine, il quotidano “Il Piccolo”, che prendeva di mira il battagliero sindaco friulano, pubblicò un articolo intitolato: “L’Ateneo Cadetto”.

Il professore di Canussio è stato il terzo sindaco udinese nell’epoca repubblicana dopo Giovanni Cosattini e Giacomo Centazzo e precedendo Angelo Candolini, Piergiorgio Bressani, Pietro Zanfagnini, Claudio Mussato, Enzo Barazza, Sergio Cecotti e Furio Honsell. Quindi, sette laureati in giurisprudenza, un docente di lettere, un fisico e un matematico. Ma il suo periodo è stato il più lungo e forse decisivo, visto il periodo cruciale per la città e la nazione.

Gentiluomo d’altri tempi, legatissimo alla famiglia (la moglie Lina Palmerini, udinese, e i figli Fabio e Angelo, quest’ultimo prematuramente mancato a 45 anni e che dopo di lui era entrato in consiglio comunale) Cadetto aveva lo stile dei politici di una volta: severo, ma attento osservatore della realtà, secondo la dottrina sociale e cattolica cui ispirava la sua azione, semplice e alla mano.

Nel suo caso era ben nota la passione per il gioco delle bocce, tanto a che a lui va il merito di aver costruito il primo bocciodromo comunale a San Gottardo. Un altro fiore all’occhiello fu il rilancio culturale di Udine affidato al direttore dei Civici musei, Aldo Rizzi, l’ideatore delle biennali d’arte e di “Udine città del Tiepolo”.

E tra gli obiettivi c’era anche l’oculatezza nei bilanci, tanto che il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, espresse meraviglia quando, durante una visita nel 1966, seppe che il bilancio comunale chiudeva alla pari.

Ricordi, dettagli, volti, aneddoti di un mondo svanito, che fa parte della storia cittadina e dunque di tutti noi. Il professor Cadetto è stato uno degli ultimi importanti testimoni di quel periodo adesso poco conosciuto.

Per saperne di più è possibile partire da una delle opere cui teneva molto, il monumento alla Resistenza in piazzale XXVI luglio, un progetto di Gino Valle e Federico Marconi che ebbe una vicenda travagliata, cominciata nel 1958 e finita oltre 10 anni dopo tra mille discussioni.

In un’intervista raccolta da Mario Blasoni, il professore disse: «Realizzare quel monumento era doveroso, per ricordare i sacrifici dei friulani durante la guerra e l’occupazione nazista. Il monumento incontrò tante critiche, ma poi si è imposto per la sua austera bellezza. Quando mi sentivo un po’ triste e sfiduciato andavo a passeggiare lì in mezzo, davanti alla cascata d’acqua, e mi rasserenavo».

Fu Cadetto, il giorno dell’inaugurazione, il 25 aprile 1969, a definire Udine “capitale della Resistenza”. Fu contestato da ragazzi con lo striscione “Questa Repubblica borghese non è figlia della Resistenza”. Ma lui, che l’aveva fatta davvero, non si lasciò intimorire.

 

foto e articolo ricavati dal Messaggero Veneto del 31 ottobre 2015